Tirare a campare

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tirare a campare

Oggi, venerdì 7 aprile 2017, è stato convocato a Roma da parte di ACTItalia Federazione Nazionale il Comitato dei Saggi.
Comitato nel quale il sodalizio nazionale ha deciso due anni fa di annoverarmi.

Non potendo essere lì presente, nonostante il tema sia pregnante “Quale futuro per il settore”, ho deciso di intervenire con un contributo scritto che abbiamo deciso di riproporre anche qui, visto che non c’è nulla di segreto. Insomma, si parla di visioni sul futuro del settore, non dei codici delle testate nucleari della Corea del Nord.

di Luca Stella

Il Presidente Zaffina mi ha chiesto un contributo per la giornata odierna.
Non potendo portarlo fisicamente, ho preso carta e calamaio ed eccolo qui.

Il titolo dice tutto: “tirare a campare”. E’ la precisa fotografia del mercato italiano del turismo in
libertà.

Il nostro comparto in Italia è passato attraverso crisi che lo hanno segnato profondamente, quella
clamorosa del 1962, quella tragica del 1973, quella incredibile del 1983 e quella attesa del 2008.
Ogni crisi è stata una lezione, da cui trarre preziosi insegnamenti.

E’ stato così per quella del 1983 che ha cambiato radicalmente il mercato britannico. Ha visto la
nascita di una organizzazione che raggruppa tutte le altre. Infatti N.C.C., National Caravan Council,
sottendente sia il mondo dei produttori, sia quello degli importatori, sia quello dei campeggi, degli
accessoristi, sia la base. Da noi? No. Dopo quella crisi abbiamo preferito tirare a campare.

E’ stato pure così in quella del 2008, con nazioni, come la Svizzera che hanno deciso di gestire in
modo strutturale il mercato. Si dirà che avrebbero potuto farlo nel 1983, come gli inglesi, ed è vero.
Ma è noto che gli svizzeri non sono molto veloci. Così oggi non apre un solo concessionario che
possa fare correttamente impresa. Se io, per esempio, volessi aprire nell’area di Zurigo, non troverei
nessun marchio che mi fornirebbe i mezzi da vendere, proprio perché è una area satura.
Oppure si vedrebbe male se investissi denaro per abbellire la mia sede: meglio investire per formare
gli operai, mandare ai corsi i tecnici e così via. Da noi? No. In quella crisi ancora ci siamo.
Devo ricordare che anche gli svizzeri, come a suo tempo gli inglesi, hanno creato il Caravaning
Vedrand, omologo del National Caravan Council?

Il punto è che in Italia siamo dei surfisti. Avete presente quelli che vanno con il surf? Stanno lì sulla
spiaggia oceanica e attendono che arrivi l’onda, salgono su di essa, vanno in alto, in alto e poi
ridiscendono. Ecco, così è il nostro mercato dal dopo la seconda guerra mondiale. Qui ogni volta
che il mercato va bene, aprono nuove concessionarie, che falliscono poi alle avvisaglie della prima
crisi, arrivano Fantozzi che comperano i mezzi in 120 comode rate mensili, salvo poi portarsi da
casa anche il pane raffermo perché in affanno di contanti.

Dobbiamo renderci conto che la sociologia del nostro comparto è cambiata radicalmente. Oggi il
camperista è mediamente più vicino ai sessant’anni che ai quaranta e questo non garantisce ossigeno
sufficiente. Un settore con una età anagrafica degli utenti così in là, non porta a nulla di buono.

La ricetta per avere un futuro?
Facile:

1) creare un organismo sovra associativo che raggruppi tutte le sigle in ogni ambito di competenza
della vita di settore,

2) mettere al centro dell’attenzione l’utente e non il business, perché senza utente non c’è business,
mentre senza business, l’utente c’è lo stesso,

3) basta con lo stupido settarismo di settore che vede i camperisti credere di essere gli unici a fare
turismo itinerante, i caravanisti ritenersi i più intelligenti e i tendisti i più sfigati. O si parla sempre e comunque di tutti, in ogni situazione e in ogni caso, oppure si ha perso in partenza,

4) gestire il mercato,

5) in pratica fare come hanno fatto in Gran Bretagna e in Svizzera e smetterla di tirare a campare.
Quindi inutile nemmeno metterci, tutto questo non lo si farà mai e si continuerà a tirare a campare.

Grazie a tutti per l’attenzione.

(l’immagine a corredo di questo editoriale è quella di un celebre quadro, l’urlo del famoso pittore norvegese Edvard Munch, dedicato a chi ne comprende il nesso con il contenuto della stesura, ndr)

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