Camper e caravan e il futuro del lavoro senza casa

Camper e caravan e il futuro del lavoro senza casa

di Luca Stella

E’ recentissima la notizia secondo cui, per l’americana Ford Motor Company, ben 30mila dei suoi dipendenti potrebbero proseguire nel lavoro a distanza anche nella fase post-pandemica.

Questa notizia precede, di poche ore, quella relativa all’indagine condotta in Unione Europea sulle ricerche di lavoro e che portano all’interessante conclusione che le offerte di lavoro a distanza sono più che raddoppiate dall’inizio della pandemia. E non si tratta di richieste contingenti perché ora che la campagna vaccinale è in atto e la fine del tunnel è all’orizzonte, questo tipo di richiesta proseguirà nel suo incremento, segno evidente che stiamo assistendo a un cambio di passo.

Notevole l’impatto di questa modalità di lavoro sulle aziende. Da un lato l’azienda risparmia in metri quadrati di uffici e i dipendenti tendono a lavorare più ore del passato, dall’altro i dipendenti riescono a gestire meglio il menage familiare e a scegliere località in cui soggiornare che non debbano necessariamente essere tristi realtà periferiche di grandi complessi urbani fatti di cemento e speculazione edilizia.

I rischi ci sono e sono evidenti come, per esempio, la possibilità di cambiare velocemente dipendente. Una volta che viene a mancare l’obbligo dell’ufficio, a quel punto si scatenerà la lotta al costo del lavoro più basso, visto che potendo scegliere tra un lavoratore a cento chilometri di distanza e uno a tremila, si preferirà quest’ultimo visto che costerebbe un ventesimo in meno.
Ma lo scenario per i prossimi quindici anni non è ancora quello e quindi fermiamoci a ciò che accade oggi e accadrà nel futuro più prossimo.

Ma vediamo di capire intanto che strada l’umanità ha percorso ultimamente per giungere a questa determinazione.

A inizio ‘900 la popolazione delle nazioni più industrializzate viveva nel 60% dei casi in aree rurali, contro il 40% in quelle urbane, nel 1990, dunque solo 90 anni dopo, le percentuali erano completamente diverse, il 25% nelle are rurali e il 75% in quelle urbane.

Questo deriva dal modello di sviluppo che obbligava il lavoratore a seguire il lavoro, da cui il grande fenomeno dell’immigrazione interna in nazioni come l’Italia, fenomeno che negli anni ’50 e ’60 ebbe proporzioni bibliche.

La rivoluzione industriale obbligava a lavorare attorno alla macchina e quindi si andava dove la macchina c’era, fosse una pressa oppure una Olivetti Lettera 32.

Ricordiamo che lo scrittore di libri per bambini e grande intellettuali britannico Gordon Stables, quando a metà dell’800 prese un carro da fieno e lo convertì in rimorchio ad uso abitativo, The Wanderer, di fatto la prima caravan al mondo, delineò proprio quel disegno che all’epoca era rivoluzionario, quasi una visione: una casa in cui vivere e lavorare, capace di viaggiare e con un motore motrice, i cavalli, che potevano essere sostituiti all’occorrenza.

La società di ricerche di mercato Forrester, prevede che negli anni a venire circa il 60% delle aziende offrirà un modello di lavoro ibrido in cui il 10% sarà completamente remoto.

Quindi assistiamo alla fine del modello post-industriale avanzato, così come anticipato da Herbert Marcuse nel suo “l’uomo a una dimensione” e l’inizio dell’era digitale, più di quanto le stesse industrie di quel comparto possono immaginare.

Difatti, le analisi immobiliari ci raccontano una verità che poi però è soltanto mezza; gli appartamenti nei centri urbani ad alta densità restano sfitti mentre riprendono vita i borghi rurali lasciati disabitati per lunghi decenni. Una mezza verità perché quella intera ci dice che il fenomeno dei lavoratori itineranti è in crescita esponenziale e, in taluni comparti, rappresenterà la maggior quota nei prossimi dieci anni: commerciale, marketing, design, analisti, amministrativi e altre categorie saranno interessati al fenomeno.

Al solito, in Italia, ci si muove sull’onda dell’emotività, salvo poi incagliarsi alla prima difficoltà. Non  è esistita una pianificazione seria in questa direzione, eppure da Febbraio 2020 di giorni, settimane e mesi ne sono passati; abbiamo assistito ed assistiamo a enfatici comunicati ora sulle vendite, ora sul fenomeno lavoratori itineranti, peraltro con errori madornali, come il puntare solo sui camper e non sui veicoli ricreazionali in toto, senza alcun cenno sulle infrastrutture e su un piano infrastrutturale serio.

Eppure il segnale è evidente, siamo all’apice di un altro cambiamento nel luogo e nel modo in cui viviamo: non urbani, non rurali, ma mobili.

Servono campeggi e strutture ricettive agili, destrutturate, che consentano soste talvolta lunghe, talvolta brevi, con connessioni Internet capaci di prestazioni oggi sconosciute alla totalità dei campeggi e delle strutture ricettive in Italia e non solo, vedasi la Francia come ulteriore esempio di arretratezza tecnologica nel nostro comparto.

Eppure servirebbero e servono, eccome! Va da sé che una gran massa di lavoratori itineranti, nei prossimi anni, migrerà verso lidi caldi, quindi Mediterraneo, con l’Italia al primo posto secondo le ultimissime indagini, d’inverno e altri lidi d’estate, dove il sole farà finalmente capolino.

Errore poi pensare che il costo di una vita itinerante sia più basso di una vita stanziale, semmai il contrario e qui basta saper fare di calcolo: tra rate per l’acquisto del veicolo ricreazionale, manutenzione ordinaria e straordinaria, accantonamenti per l’acquisto di quello successivo, soste, carburante e autostrade, giusto per citare le voci più semplici da individuare, Oxford Institute ha calcolato di recente che, in Unione Europea, un manager di secondo livello, la categoria più interessata quindi, che vive in Italia, avrebbe un incremento della qualità di vita certamente ma anche dei costi di sostentamento che sono circa del 10% in alti che vivendo nell’appartamento di una città come Milano in zona periferica scegliendo il camper, costi che invece sono più bassi dell’8% per la nuova scelta, nel caso questa fosse di auto più roulotte.

Ha fatto scalpore il tutto il mondo l’esperienza di Nicole Maddox, assunta dalla CNN lo scorso anno.
Questa manager ha accettato un lavoro ad aprile 2020 a San Francisco che le ha permesso di lavorare a distanza. Non ha ancora messo piede, a distanza di quasi un anno, nell’ufficio dell’azienda. Invece, ha acquistato un roulotte Airstream. In precedenza, viveva dove lavorava, il che di solito significava una grande città, ora non più.

Non devo scegliere tra stile di vita e carriera“, ha detto Nicole Maddox alla CNN. “Adesso posso fare entrambe le cose. Con la mia caravan, ho la flessibilità di poter tornare a trascorrere un mese a San Francisco con il mio team e poi continuare a viaggiare. Ha davvero sbloccato lo stile di vita che voglio avere. Se poi ho necessità di una riunione veloce, lascio la caravan in campeggio, con l’auto raggiungo una postazione a ore, affitto un tavolo, la segretaria e il catering per il coffee break e il gioco è fatto”.

Anche io mi ritrovo sempre di più immerso nella categoria di Nicole Maddox e non da oggi, ma ormai da quattro anni.
L’aver percorso più di ventimila chilometri all’anno con auto e caravan al traino dice molto dello stile professionale intrapreso. Oggi non si può, né si deve fare comunicazione dall’ufficio ma stando sul territorio, vivendo il settore in cui si opera, parlando con i protagonisti e respirandone l’aria; da casa non si capisce abbastanza, se non proprio nulla.

In fondo, però, ricordiamoci che questo è un ritorno al futuro. L’uomo nasce nomade, con i cavalli, che erano le auto ante-litteram, e il carro, la roulotte del tempo, e si spostava a seconda delle necessità.

Benvenuti in un futuro che viene da molto lontano. Come diceva un grande comico come Glauco Marx: “che carogne gli antichi, ci hanno copiato tutto!”.

1 comments

Sogno un futuro come quello descritto nell’articolo!
Non c’entra nulla con il testo ma, dove si trova la struttura ritratta in foto?

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